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diario d'officina

serata d'autunno incalzante.
per la prima volta di nuovo,
stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi"
torna a schiudere i suoi battenti.
e si ritrovano percorsi... odori... suoni...
ancora trame di un discorso interrotto.
mai spezzato.
la luce fredda di neon
si scalda scivolando lungo i muri d'avorio
pregni ancora di emozioni vissute.
stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi.
i sorrisi le voci.
occhi nuovi scrutano...
e ritualmente si ripetono gesti mai rituali.
riprendiamo il cammino.
semplicemente.
semplicemente.
senza scarpe di nuovo...
.
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.
.
.
.
.
.
.
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.
.
.
.
di nuovo l'ultimo ad andare via.
di nuovo la sala buia.
ma non è vuoto.
come luminescente foschia riprende forma,
né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni.
e donarle.
e la sento addosso.
e si richiude alle mie spalle
dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono.
per un attimo mi giro...
allungo una mano...
fino a quanto illusoria
la sensazione di "tenere" tra le dita
l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani?
le voci dei ragazzi... di fuori...
sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno...



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venerdì, 27 gennaio 2006
ci ritroviamo di nuovo,
stasera,
intorno al palcoscenico
delle officine.
il freddo
ed una sindrome influenzale
che ha colpito
la maggior parte di noi
ci ha costretto a sospendere,
lunedì scorso,
la classe di teatro
della quale
queste pagine di diario
raccolgono minimi frammenti.

né voglio dire
adesso
del ripetersi,
rinnovandosi ogni volta,
del nostro lavoro
sulla respirazione,
sull'articolazione fonatoria,
sulla fonazione.
mai, nelle officine,
qualcosa ha avuto "due volte"
vita identica.
ci sono istanti,
rarissimi istanti,
in cui accadono eventi.
- il teatro è così... -
serate in cui
inspiegabilmente
- apparentemente senza spiegazione -
si realizzano
alchimie...
magie...
...malie...
ed è come se a un tratto
una porta
- lontanissima porta avvolta dalla penombra -
si schiudesse
rivelando
luci e colori
che essa stessa
precludeva
a noi ciechi.
e mi tornano in mente
- adesso scrivendo -
le parole di enrico...
mai dimenticato maestro
di teatro.

e di vita.

agnese arriva per ultima.
abbiamo già spento
le luci della sala.
come sempre
siamo tutti seduti
a ridosso del palco,
bagnati dal riverbero
delle freddi "luci di scena"
- semplicemente dei neon -
quando ci raggiunge trafelata
prendendo posto,
anche stasera,
alla mia destra.
ultima. a destra.

l'improvvisazione di luca
cattura la nostra attenzione.
nasce dal teatro danza
la sua voglia,
necessità di teatro.
lo accogliamo.
come per tutti,
il primo impatto con le officine...
improvvisare.
senza parlare.
senza mimare.
entro in scena deciso, luca.
uno.
due.
tre luoghi
deputati alla sua attesa.
lo interrompo.
poche elementari
informazioni...
i primi "perché", per lui...
riprende.
e la padronanza
di un linguaggio
dove il gesto
più di ogni cosa
si impossessa del mio "dire"
già si scontra
con l'essenzialità
di un teatro
che anela a mettere a nudo,
senza alcun appiglio,
ogni emozione.
ancora si ferma, luca.
ancora riprende.
poi tutti insieme
parliamo,
ci confrontiamo...
ognuno ciò che ha colto...
ognuno ciò che avrebbe voluto
cogliere...
luca ascolta.
lo guardo.
adesso è lui,

da me.
dagli altri.
ascolta. annuisce. spiega.
ascolta.

riprendiamo a lavorare
sul monologo della regina mab.
ancora più dentro, stasera.
ancora più a fondo.
di nuovo
ripercorriamo percorsi già noti
ed insieme si rivelano
nuovi sentieri.
lasciamo il copione.
in piedi.
scegliendo,
- meglio, obbligandoci -
a movimenti per tutti identici.
verso il fondo, prima.
camminando.
poi verso la platea,
scivolando fin quasi in proscenio.
ed è graduale
lo sciogliersi
di un significare
imbrigliato da un ritmo...
da una musicalità...
da un colore...
stretto da far esclamare
ad ognuno
- "mi sento finto... non mi credo..."
ci interroghiamo ancora.
su percHé già posti...
su altri a venire...
svisceriamo la battuta ancora...
e continuiamo a provare...
interrompo.
interrogo.
ascolto.
mille motivi
celati da ogni parola.
e l'ostinazione,
la mia, la loro, di tutti,
di non inseguire un suono...
un semplice "modo per dirla", la battuta...
ma cercare una causa
dalla quale ha poi genesi
la battuta stessa...
e rintracciare ancora
il prendere forma,
istante dopo istante,
di altre cause
nelle quali "è" il progredire di un pensiero...
e nel progredire del pensiero
l'incedere della battuta...
il suo divenire...
il "nostro"...
e adesso
lentamente affiora
la primissima "verità"
del nostro vivere mercuzio...
ed insieme
cominciamo a distinguere
le maglie
tra le quali appariva
quasi avvolto su se stesso,
mercuzio,
refrattario
a rivelarsi...
a mostrare il suo volto.
per ognuno diverso, il suo volto.
ed è ora
che chiedo ai ragazzi di lasciare
ogni indugio...
di liberarsi d'ogni timore...
e di provare "ora"
ad essere mercuzio...
lasciare fluire
ogni cosa si avverta di lui...
viverlo...
margherita
guadagna la scena.
timidamente,
così come lei è...
pochi istanti.
poi inizia.
ed improvvisamente
qualcosa muta nei suoi occhi...
una luce diversa...
naturale il suo muoversi...
la sua voce è più ferma,
risoluta,
eppure lievissima...
non debole,
lievissima...
come adesso la prestasse
ad un sogno...
ad una favola...
allo stesso sogno,
alla stessa favola,
che shakespeare plasma
attorno alla regina mab...
nelle parole e nel ritmo
di mercuzio...
restiamo in silenzio...
lasciamo che l'onda tenue
di margherita
si infranga contro di noi...
ci bagni...
ci avvolga...
pochi istanti, poi...
quei pochi che separano
un'emozione
che conduce distanti,
dal tornare ancora
nella penombra
di questa sala...
pochi istanti...
ed è un sorriso...
ed è un abbracciarsi...
ed è la consapevolezza
di aver dato vita
ad una "verità"...
e di averla trasmessa...
e di averla accolta...
un istante.
nulla di più.
e la fatica...
i timori...
il pudore...
non è più questo, adesso,
il loro luogo...

scrissi in queste pagine
che le officine sono un'idea...
nulla è mutato...
esilissima idea
da cui nascono alchimie,
come quella di una sera già notte,
come quella di adesso,
che ci convincono ancora
del nostro non voler essere
nulla di più
che una splendida idea...

spengiamo le luci.
chiudo il pesante portone di legno.
è meno freddo, stasera,
nel vicolo...


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