diario d'officina serata d'autunno incalzante. per la prima volta di nuovo, stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi" torna a schiudere i suoi battenti. e si ritrovano percorsi... odori... suoni... ancora trame di un discorso interrotto. mai spezzato. la luce fredda di neon si scalda scivolando lungo i muri d'avorio pregni ancora di emozioni vissute. stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi. i sorrisi le voci. occhi nuovi scrutano... e ritualmente si ripetono gesti mai rituali. riprendiamo il cammino. semplicemente. semplicemente. senza scarpe di nuovo... . . . . . . . . . . . . . . di nuovo l'ultimo ad andare via. di nuovo la sala buia. ma non è vuoto. come luminescente foschia riprende forma, né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni. e donarle. e la sento addosso. e si richiude alle mie spalle dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono. per un attimo mi giro... allungo una mano... fino a quanto illusoria la sensazione di "tenere" tra le dita l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani? le voci dei ragazzi... di fuori... sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno... index |  | lunedì, 30 gennaio 2006 paure. Incertezze. Timori. Pudori. Anche stasera abbiamo finito la nostra lezione. Sorrido. Sul palcoscenico rimane ancora carta colorata... quella di cioccolata d’aromi diversi… Arancia… cannella… nocciole… Stiamo crescendo. Se fosse solo la cioccolata misura del nostro essere teatro!!! Ed ancora sorrido tra me... come ogni sera sistemiamo infine la breve arena di sedie che ha custodito le nostre ore di oggi. Una delle ragazze si avvicina. Parliamo. credo ne abbiamo voglia. entrambi. nasce così, naturalmente, l’esigenza di confrontarsi ancora. Non sul teatro. Ma dal teatro. Quando il teatro diviene qualcosa che incide. E incidendo rivela tessuti celati. Ed essi si mostrano, nudi. A noi stessi per primi. Poi, agli altri. Ed è un disagio intuito, velato – senza malizia, velato – dietro un sorriso… o uno sguardo… o un modo di incedere attraverso la scena. Sul palcoscenico… Non solo… Parole scritte con caratteri piccolissimi. A volte illeggibili. Parole di dentro. non dette. Né sussurrate. Ma che quel silenzio adesso evadono. E né i sorrisi, né gli sguardi, né i gesti, valgono oltre. Nulla valgono, se sappiamo… o vogliamo… ascoltare. Così stasera, affiorando senza rumore, increspano appena un sorriso che tutti ormai conosciamo. Il disappunto per una battuta mancata è solo un pretesto. O l’ennesimo sintomo per dire la voglia, o necessità, di guardare senza essere visti. Quando essere visti vuol dire “accusare” gli occhi degli altri. E quegli sguardi come un specchio che cattura… costringe… e che inevitabilmente induce a doversi… volersi… riconoscere in esso. Ma quanto se stessi?... Quanto un riflesso?... E queste stesse domande pone il teatro. quando il teatro non è suono… o fine dicitura… né mai rimane preda di mero estetismo. riconosco quelle sensazioni. per averle vissute, le riconosco... per averle sentite rumorosamente scorrere dentro di me. per essere stato anche io, e credo pochi diversamente da me, incapace di "essere" ciò che volevo "essere" in scena... e che sapevo, potevo... quando lo sguardo, non quello degli altri, semplicemente il mio, si tramuta in ragnatele... - da non poterle contare - e si diviene "incapaci"... semplicemente "incapaci"... e più sottile si fa il confine tra il teatro e la vita, quando il teatro, come adesso, diventa una enorme lente di ingrandimento della quotidianità. e sul palcoscenico si amplificano modi e tempi che credevamo appartenere solo alla vita di ogni giorno... mercuzio e la sua regina - mab - non esistono se non per gli attimi in cui lasciamo che essi vivano in noi. eppure quei pochi attimi, quelle parole che abbiamo voluto versare goccia dopo goccia fino in fondo ai nostri pensieri, fino a lambire una emotività sottile, intima, hanno svestito non solo il pudore, la riservatezza, i timori, di chi adesso mi parla. ognuno di noi in questi giorni ha messo in gioco qualcosa di sé... ha ingaggiato - silente - una non breve lotta con quell'istintività che spinge a dare subito un colore... una musica... una "verità" a quelli che d'impulso crediamo essere colori, musica, "verità", di un essere teatro. in realtà null'altro che l'alibi dietro il quale male occultiamo un modo per "fare". per "fare" presto e bene. così sul palcoscenico, stasera. ognuno cercando una via... una propria via... partendo da se stessi... dai propri difetti... limiti... ingenuità... fino a cogliere uno spiraglio appena dischiuso. e cominciare a giocare. ed assumere un granello di "verità" appena intuito... ed iniziare a lavorarlo... plasmarlo... non dissimile dal lavoro di cesello di un intarsiatore... o dalla carezza di un ceramista dalle cui mani la creta inizia ad ambire una sua forma. non un'intonazione, non un'intenzione, vengono mai suggerite, - o peggio, imposte - nelle officine... ognuno lavora la propria materia... ove materia è pensiero... emozione... corpo... parola... aveva le sembianze di un clown, il mercuzio di anna... non ne aveva la verità... quella che anna desiderava per il suo "mercuzio"... è bastato un piccolo gesto per intuirne un poeta... ed anna l'ho solo seguito, nutrito, poi... fino a sorprendersi vera ed insieme diversa nel donarsi, senza attrito alcuno, al suo mercuzio... fino a sorprenderci... abbiamo parlato a lungo, stasera... gli altri, per discrezione, ci hanno aspettato un poco discosto. abbiamo voglia di continuare. io. lei. gli altri. crescere nel teatro non è poi così diverso dal crescere nella vita. scoprire che c'è sempre un altro modo di essere... un "non così" ma "così"... e che non è mai lontano di noi... tutt'altro. custodito forse tra le pieghe più intime del nostro "essere". basta solo scoprirlo... dargli luce... né serve più di una carezza per farlo. ci cambiamo. ci avviamo tutti insieme verso l'uscita. tutti. insieme. .....next back |