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diario d'officina

serata d'autunno incalzante.
per la prima volta di nuovo,
stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi"
torna a schiudere i suoi battenti.
e si ritrovano percorsi... odori... suoni...
ancora trame di un discorso interrotto.
mai spezzato.
la luce fredda di neon
si scalda scivolando lungo i muri d'avorio
pregni ancora di emozioni vissute.
stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi.
i sorrisi le voci.
occhi nuovi scrutano...
e ritualmente si ripetono gesti mai rituali.
riprendiamo il cammino.
semplicemente.
semplicemente.
senza scarpe di nuovo...
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
di nuovo l'ultimo ad andare via.
di nuovo la sala buia.
ma non è vuoto.
come luminescente foschia riprende forma,
né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni.
e donarle.
e la sento addosso.
e si richiude alle mie spalle
dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono.
per un attimo mi giro...
allungo una mano...
fino a quanto illusoria
la sensazione di "tenere" tra le dita
l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani?
le voci dei ragazzi... di fuori...
sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno...



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venerdì, 3 febbraio 2006
pomeriggio già mite...
il vicolo
sembra stasera
refrattario
a lasciarsi avvolgere
dai primi lembi di buio
della sera
imminente.
mi attardo un po'
lungo il mosaico
di viuzze di trastevere.
infine volti già noti,
familiari,
mi vengono incontro
mentre mi avvio
verso le officine teatrali.

mi torna in mente
il titolo di un libro
di gianni rodari
mentre scorro
le righe
di brevi racconti
nati dal dialogare serrato
delle lezioni
di scrittura creativa.
poi l'apparire di luca,
in fondo alla sala,
sembra ancor più delineare
il fluire,
quasi senza alcuna
soluzione di continuità,
verso la classe di recitazione.
cambia solo il punto di vista.
come sedere
alle due estremità
della stessa tavola imbandita.

una breve pausa
colma delle parole
dei propri giorni
appena trascorsi
e di mille progettualità
- mie... loro... nostre... -
che anelano
una genesi.
o che finalmente
quella genesi
intravedono.

scivola la lezione tecnica.
non velocemente.
ma con l'usualità
che già deriva
da un primo possesso...
conoscenza...
consapevolezza...
dei propri meccanismi respiratori.
adesso non è assumere.
adesso è crescere.
ed il confronto
tra me e loro
è sempre più approfondito.
dettagliato.
reciprocamente
più esigenti
ogni volta.

riprendiamo, poi,
a lavorare sul corpo.
sulle camminate.
ed ancora
cerchiamo di analizzare...
frantumare...
ricomporre infine
la gestualità che appartiene
al nostro quotidiano.
automatismi
sottratti dall'abitudine
- o dalla consuetudine -
ad ogni controllo...
ad ogni conoscenza
e coscienza di sé.
il corpo
come prima espressione
per comunicare.
se stessi,
per prima...
poi ciò che in noi
prende vita
quando lasciamo
che siano i passi...
i movimenti...
i piccoli gesti...
di un personaggio
ad anelare
a quella loro "verità"
che prende forma
- e vive -
nella nostra "verità"
ma che mai ad essa
può essere simile.
in ogni nostro
minimo passo
è la nostra storia
fatta di nostri piccoli istanti.
In un personaggio
è la sua storia.
diversa...
perché diversi
gli istanti di ognuno.
ma solo conoscendo
- senza dubbio appropriandomi -
d'ogni mio "passo",
d'ogni mio "istante",
potrò intuire
percorsi
la cui "verità"
non è mai dei miei passi
o dei miei istanti.
nuovi esercizi.
semplici,
ma estremamente mirati
intorno all'oggetto
del nostro cercare.
ed ancora ci interrompiamo.
ed ancora dialoghiamo.
...confronto...
-"ma quello che io sono,
  adesso,
  riesco a trasmetterlo?
  arriva?..."
l'emotività si sporca di tecnica...
la tecnica, di emotività...
non un flusso continuo
dal palco...
più la forma
che assume
il  nostro indagare...
il nostro tendere
ad un immaginario,
quanto concreto,
traguardo
da cui possa avere origine
ogni divenire.
e mercuzio ancora stasera
torna ad essere
il nostro gioco.
quale il suo incedere in scena?
quale il suo "essere" favola?
quale il rapporto con gli altri
quando il mio corpo,
la mia voce,
le mie parole,
devono farsi fulcro
attorno a cui ruota
tutta la scena.
ed il pubblico
ne è catturato.
né può,
né deve,
volgersi altrove.
ed ancora
gianni rodari
riaffiora alla mia memoria
ed è naturale chiedere,
ove mercuzio è fantasia,
- "cosa è, in una parola, la fantasia?..."
una farfalla...
un arcobaleno...
un foro nel cielo, da cui guardare oltre...
un filo sospeso nel nulla... e camminarci, su quel filo...
senza parlare...
solo col movimento...
proviamo a dare ancora vita a mercuzio.
ai "suoi" passi...
ai "suoi" istanti...
diversi dai miei,
da quelli di maria,
di luca...
da quelli di tutti,
diversi...
nelle nostre mani
nulla di più di un arcobaleno...
di una farfalla...
di un foro nel cielo...
questi il nostro cacciavite,
la nostra pinza,
il nostro martello...
il nostro nulla
per lavorare
il nulla di mercuzio
che di nuovo ci invade.
e si cercano
istintivamente
appigli
in quello che "siamo"...
in una naturalezza
che diventa goffa
perché non appartiene più a noi,
perché non appartiene ancora a mercuzio...
e l'averne percezione
si tramuta in un disagio
che disegna
sul muro delle officine
incertezza...
insicurezza...
esitazione...
ci fermiamo.
parliamo.
analizziamo ancora.
avvertiamo l'esigenza
di un "sorgere"...
in qualche modo un "sorgere"...
un chiudere
al condursi nella notte di shakespeare
e "sorgere" alla luce "fantastica"
di mercuzio...
ed aprirsi poi,
al mondo infinito
ove mab è regina...
e labilissimi confini
sono solo quelli
della fantasia...
un "passo"
non è null'altro
che porre un piede
innanzi all'altro...
ma improvvisamente
adesso è un impaccio...
una difficoltà
che si accusa
e della quale sfugge
il perché...
e non bastano più solo le immagini.
quelle stesse
cui abbiamo legato
l'idea di "fantasia".
non bastano
se non è un pensiero
a sorreggerle...
sostenerle...
condurle...
non bastano
se il nostro percorso
vuole esulare
- deve esulare -
ogni estetismo
e planare
senza attrito
sulla corrente lieve
della "verità" di mercuzio.
la vita
ha stratificato in noi
mille modi di essere
che ci rendono unici.
adesso è voglia
di saperli.
e lasciarli ai nostri piedi
sgusciando da essi
per vestirsi
degli abiti
- gli unici "veri", ora -
di ogni fantasia.

i ragazzi mi guardano.
nei loro occhi un po' di delusione
o l'inconsistente timore
di avermi deluso.
io come loro.
siamo in un luogo
ove nulla si insegna
ma qualcosa si impara.
compagni
gli uni agli altri.

il vicolo ha ormai ceduto al buio.
e la strada è invasa
da una notte serena
a tratti interrotta
dalla luce
tremante
degli alti lampioni.


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