diario d'officina serata d'autunno incalzante. per la prima volta di nuovo, stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi" torna a schiudere i suoi battenti. e si ritrovano percorsi... odori... suoni... ancora trame di un discorso interrotto. mai spezzato. la luce fredda di neon si scalda scivolando lungo i muri d'avorio pregni ancora di emozioni vissute. stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi. i sorrisi le voci. occhi nuovi scrutano... e ritualmente si ripetono gesti mai rituali. riprendiamo il cammino. semplicemente. semplicemente. senza scarpe di nuovo... . . . . . . . . . . . . . . di nuovo l'ultimo ad andare via. di nuovo la sala buia. ma non è vuoto. come luminescente foschia riprende forma, né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni. e donarle. e la sento addosso. e si richiude alle mie spalle dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono. per un attimo mi giro... allungo una mano... fino a quanto illusoria la sensazione di "tenere" tra le dita l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani? le voci dei ragazzi... di fuori... sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno... index |  | lunedì, 6 febbraio 2006 vanno via veloci le ore tra le pareti delle officine. ed è il buio di fuori che filtra dagli alti finestroni che segna adesso il tempo. così da quando l'orologio appeso su un muro di "graffi" e mattoni si è fermato. nemmeno stasera siamo tutti. ancora l'influenza ci costringe a subire l'assenza di qualcuno. ed il suo posto rimane vacante quando sul palco iniziamo gli esercizi. giacché nessuno è disposto casualmente. ognuno ha il "suo" spazio. ognuno guarda il proprio pezzo di muro, il suo "fuoco", giù in fondo alla sala, verso il quale convergono respiro, suoni, vocalizzi. e sono già queste le minime regole che educano a quella disciplina senza la quale mai alcun luogo è teatro. la respirazione, prima. come ogni sera. esercizi base che sono diventati naturale incipit di ogni lezione. sulla voce, poi. estensioni vocale. potenza. ogni volta un gioco nuovo. il mio suono come a cercare un varco tra le mie mani poggiate una sull'altra. distese davanti a me. e lentamente si schiudono come acquisendo la forma, l'ampiezza, che il suono imprime loro. sottilissimo scivola. o si arrotonda come una bolla. o fugge in un guizzo. ed ancora immaginando di "essere" suono. vedere... davvero vedere. percepire il luogo, dentro di me, dove esso sorge... e procede... e sgorga infine a solcare l'aria. come sempre conduco i miei passi tra loro. controllo. ascolto. correggo. ogni nota è più pulita. ferma. limpida. il diaframma sostiene senza incertezza. ma è ancora suono. ma è ancora dentro una sala. non è ancora parola che reca emozione. non è ancora, innanzi a me, il buio profondo, pulsante, vivo, di una platea. sono ancora solo "officine", le nostre... non era ancora accaduto in laboratorio. troppo giovane la nostra storia. ed è stata una piccola grande emozione. per tutti lo è stata. stavano tutte dentro una piccola scatola di cartone, poggiata su una sedia, le copie della lisistrata, di aristofane. sediamo in cerchio, così come siamo soliti fare. anna ne approfitta per festeggiare un ultimo esame. scherziamo un po'. poi, senza parlare, uno per uno, ad ognuno, distribuisco il copione. ed è come un battito di cuore in più guardare i loro occhi mentre prendono quei fogli rilegati tra le mani... mentre li stringono... timidamente sfogliano qualche pagina... lo "tengono" quasi a volerne valutare il peso... non immagino differente ciò che un musicista possa provare innanzi ad una nuova partitura. non diverso il rispetto che noi dobbiamo a quei fogli: la nostra partitura su cui vibreranno le note del "nostro" strumento. ognuno segna il proprio nome. non spegniamo le luci stasera. il nostro gioco sotto i neon, stasera. cominciamo a leggere. casualmente la distribuzione. tutti leggeremo tutto. non è una finalità di messa in scena quella che ci ha spinto ad affrontare una scrittura drammaturgica completa. è ancora una volta la necessità di "cercare" che ci ha spinto a scegliere così. una volta la settimana vivendo accanto a lisistrata... alle altre donne dell'ellade... inseguendo la "verità" di ogni personaggio nel suo continuo, incessante divenire attraverso le pagine di una commedia. la prima scena. da subito i sorrisi - identici a quelli di oltre duemila anni fa - si impossessano di noi tutti e rendono inaspettatamente piacevole l'impatto con un "gioco" in qualche modo da tutti temuto. i doppi sensi, a volte troppo espliciti per essere tali... le parole crude, ma mai volgari nella traduzione di romagnoli... l'incedere, immediatamente ritmico, del testo... una fascinazione sottile che cattura. come sempre è di nuovo il confronto tra noi. le sensazioni, le prime, di tutti. e si ha voglia di dire. parlare. entusiasmo che tracima senza mai prevaricare. si ascolta. molto. nelle officine abbiamo imparato a farlo. l'attualità del testo... una figura di donna che non è solo del tempo di aristofane, ma nella quale - identici - rintracciamo mille motivi della donna di oggi... ed il linguaggio - un gergo quasi - che è lo stesso parlare anche adesso delle donne tra loro... e la pace... e la guerra... e l'amore... e il sesso... ma tutto ciò è al nostro lavoro quasi come un clima... e da subito è l'esigenza di andare più dentro. svelare le prime pieghe dietro le quali più intimamente ogni personaggio si avvolge. scopriamo una lisistrata impaziente... quasi sconfitta nel suo confessare a vincibella un'attesa vana. solo poche pagine. e la stessa donna è già alla pari di un giovane condottiero di un'umanità di donne votate alla pace. rileggiamo. dapprima ancora con una lettura neutra, non interpretativa, cercando per noi stessi il significato, ed il significare, di ogni parola. e in quello stesso significato provare a rintracciare il pensiero che ha condotto aristofane a definire drammaturgicamente l'unico rapporto - tra lisistrata e le altre, e con se stessa - che sia capace di esprimere una verità in quel particolare contesto che ora vive davanti ai nostri occhi. ed i nostri "perché" si fanno incalzanti... un colore tenue dentro la battuta. ancora per capire. non interpretare. capire. perché non è solo la storia di una donna che vogliamo narrare. ma di più... una donna. semplicemente una donna. .....next back |