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diario d'officina

serata d'autunno incalzante.
per la prima volta di nuovo,
stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi"
torna a schiudere i suoi battenti.
e si ritrovano percorsi... odori... suoni...
ancora trame di un discorso interrotto.
mai spezzato.
la luce fredda di neon
si scalda scivolando lungo i muri d'avorio
pregni ancora di emozioni vissute.
stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi.
i sorrisi le voci.
occhi nuovi scrutano...
e ritualmente si ripetono gesti mai rituali.
riprendiamo il cammino.
semplicemente.
semplicemente.
senza scarpe di nuovo...
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
di nuovo l'ultimo ad andare via.
di nuovo la sala buia.
ma non è vuoto.
come luminescente foschia riprende forma,
né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni.
e donarle.
e la sento addosso.
e si richiude alle mie spalle
dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono.
per un attimo mi giro...
allungo una mano...
fino a quanto illusoria
la sensazione di "tenere" tra le dita
l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani?
le voci dei ragazzi... di fuori...
sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno...



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venerdì, 10 febbraio 2006
"perché si scrive?"...
è la domanda che pongo
a mariapia,
durante la lezione
di scrittura creativa.
mille risposte
che sollevano ancora
mille domande.
insolute domande.
né io so formulare
parole che sazino
la necessità
di percorrere
sentieri
ciottolati delle nostre emozioni.
emozioni
che vivono,
adesso,
in una lacrima
che scivola
- non voluta -
lungo il viso
di mariapia,
sfuggita ad una memoria
che non so.
che non chiedo.

i ragazzi arrivano dopo.
da oggi sono diversi
i nostri venerdì.
ho chiesto loro
di lavorare su testi
da essi stessi proposti.
e questo
è il primo venerdì
durante il quale
il nostro gioco
avrà un fulcro
attorno a cui ruotare
non più scelto da me.
è un modo
per dar loro
più consapevolezza
dei propri passi,
l'opportunità
- e la responsabilità -
di scegliere,
la spinta
a leggere diversamente
il teatro.
cercare "parole"
a cui si ha voglia
di dare vita.
ed inevitabilmente
muta il rapporto
con la drammaturgia.
non più semplicemente
un testo,
un brano,
una semplice battuta,
dinnanzi al quale
porsi con la passione,
curiosità,
avidità,
di un lettore.
ma leggere
per "essere" quelle stesse parole.
"giorni felici" di beckett...
"antigone" di sofocle...
entrambi testi
che amo.
entrambi testi
che hanno scandito,
e che ancora scandiscono,
il mio imparare
il teatro
attraverso il teatro.
decidiamo di giocare
su "antigone".
un mito che tutti sappiamo.
ancora una donna.
ancora una donna
di un tempo antico.
una donna ancora
sorprendentemente attuale.
i fogli di "antigone"
corrono velocemente
di mano in mano,
ognuno subito
scivolando gli occhi
sulle parole piene,
sature,
della tebana
figlia di edipo e giocasta,
la cui ombra già si proietta
lungo le pareti delle officine.

è subito silenzio.

vibrano
le parole che antigone
rivolge a creonte.
ci fermiamo.
istintivamente,
la prima sensazione.
ascolto.
ed il diverso sentire di ognuno
staglia già
i primi esili tratti
della "propria" antigone.
provoco.
ambizione ricorrente,
la mia, la loro,
quella di indagare
ancora più in fondo.
sono poche righe
quelle che abbiamo scorso
ma quante ore
- qui insieme -
a sviscerare
ogni motivo
che in sofocle
si fa poi parola di antigone?
ancora una volta
non è "confezionare"
una battuta
l'oggetto del nostro essere qui.
sarebbe semplice
- per niente leale, ma semplice -
spiegare un come...
- ove realmente esistesse un "come" -
illustrare un "modo per..."
mi piace pensare a noi stessi
come ad un unico grande falco
che solcando ad ali spiegate
il cielo di una "verità" da svelare
comincia a planare
lentamente
su di essa.
e i grandi giri concentrici
del suo volare
si fanno volta per volta più stretti.
e si abbassa,
giro dopo giro.
e ciò che appariva lontano,
sfocato,
lentamente diviene più nitido.
ed ogni giro è più basso.
ed ogni giro è più stretto.
fino ad afferrarla,
ognuno con i propri artigli,
la "verità" del proprio teatro,
così come è in ognuno,
per ognuno diversa.
e di nuovo tornare a volare.
ma non bastano ali.
è la voglia di saperle spiegare.
e l'impudenza,
contro se stessi a volte,
di staccarsi da terra.
di osare il volo.
lo stesso volo che antigone chiede
per librare
la ribellione ad una giustizia iniqua,
il timore e il rispetto degli dèi,
la pietas per il fratello morto,
la dignità innanzi
all'ineluttabilità della propria fine,
imminente
ed ora mai diversa da una liberazione.
per se stessa, librare.
siamo vicinissimi.
seduti in cerchio sul palco.
i fogli sparsi.
le nostre barrette di cioccolata
che allunghiamo l'uno all'altro,
dividiamo tra noi,
adesso senza nemmeno
guardarci negli occhi.
assorti sul testo,
ascoltando.
e cercandoli, poi,
gli occhi degli altri
quando le parole
ambiscono occhi.
non c'è stanchezza
nei ragazzi.
né nel loro cercare.
sorpresa, forse,
nel rintracciare
le più piccole tessere di un mosaico
che prende a comporsi
in ognuno di noi.
e la certezza
che senza quella piccola tessera
sarebbe solo il bianco
della parete
su cui compongo i miei pezzi.
ed ognuno va pulito...
limato...
fino a combaciare
aderendo agli altri...
-"è un lavoro lunghissimo..."
una riflessione
che nasce spontanea in patrizia,
ma con la voglia
di averne di più.
e sono incalzanti le sue domande.
ancora.
ed è già questo,
non solo l'ascoltare tutti,
che ci pone già un po' più lontani
dalla prima lettura.
fluiscono le parole di sofocle.
e cominciamo a distinguere,
tramite antigone,
uno spazio...
un tempo...
ancora incerti,
indefiniti,
imprecisi.
e cominciamo
a penetrare un rapporto
tra la soggettività di antigone
e l'oggettività di un contesto
che attorno ad antigone si muove.
e tra le nostre dita
è ancora qualcosa di esilissimo
poiché nulla è dato
al di fuori della tragedia.
nulla di prestabilito.
non è una corte.
non è una reggia.
non è l'agorà di tebe.
ma è tutto ciò
cui noi sappiamo dare vita,
e che prende vita,
quando il nostro personaggio
"è vivo sotto i nostri occhi"
così come pirandello
lascia dire al suo capocomico
nei "sei personaggi..."
antigone è.
a noi la capacità
di seguirla
così come ella si vuole...

è tardi.
ognuno ripone i suoi fogli
dentro la propria cartella.
li raggiungo, poi.
tutti avvolti nei propri impermeabili.
qualcuno assonnato.
è tardi.
adesso vorrei porre loro
la stessa domanda
che ho già rivolto una volta, oggi...
"perché il teatro?..."
no.
non posso chiedere qualcosa
a cui non saprei rispondere.
sorridiamo andando via.
come ogni volta.
sono l'ultimo.
spengo le luci...


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