diario d'officina serata d'autunno incalzante. per la prima volta di nuovo, stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi" torna a schiudere i suoi battenti. e si ritrovano percorsi... odori... suoni... ancora trame di un discorso interrotto. mai spezzato. la luce fredda di neon si scalda scivolando lungo i muri d'avorio pregni ancora di emozioni vissute. stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi. i sorrisi le voci. occhi nuovi scrutano... e ritualmente si ripetono gesti mai rituali. riprendiamo il cammino. semplicemente. semplicemente. senza scarpe di nuovo... . . . . . . . . . . . . . . di nuovo l'ultimo ad andare via. di nuovo la sala buia. ma non è vuoto. come luminescente foschia riprende forma, né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni. e donarle. e la sento addosso. e si richiude alle mie spalle dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono. per un attimo mi giro... allungo una mano... fino a quanto illusoria la sensazione di "tenere" tra le dita l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani? le voci dei ragazzi... di fuori... sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno... index |  | venerdì, 10 febbraio 2006 "perché si scrive?"... è la domanda che pongo a mariapia, durante la lezione di scrittura creativa. mille risposte che sollevano ancora mille domande. insolute domande. né io so formulare parole che sazino la necessità di percorrere sentieri ciottolati delle nostre emozioni. emozioni che vivono, adesso, in una lacrima che scivola - non voluta - lungo il viso di mariapia, sfuggita ad una memoria che non so. che non chiedo. i ragazzi arrivano dopo. da oggi sono diversi i nostri venerdì. ho chiesto loro di lavorare su testi da essi stessi proposti. e questo è il primo venerdì durante il quale il nostro gioco avrà un fulcro attorno a cui ruotare non più scelto da me. è un modo per dar loro più consapevolezza dei propri passi, l'opportunità - e la responsabilità - di scegliere, la spinta a leggere diversamente il teatro. cercare "parole" a cui si ha voglia di dare vita. ed inevitabilmente muta il rapporto con la drammaturgia. non più semplicemente un testo, un brano, una semplice battuta, dinnanzi al quale porsi con la passione, curiosità, avidità, di un lettore. ma leggere per "essere" quelle stesse parole. "giorni felici" di beckett... "antigone" di sofocle... entrambi testi che amo. entrambi testi che hanno scandito, e che ancora scandiscono, il mio imparare il teatro attraverso il teatro. decidiamo di giocare su "antigone". un mito che tutti sappiamo. ancora una donna. ancora una donna di un tempo antico. una donna ancora sorprendentemente attuale. i fogli di "antigone" corrono velocemente di mano in mano, ognuno subito scivolando gli occhi sulle parole piene, sature, della tebana figlia di edipo e giocasta, la cui ombra già si proietta lungo le pareti delle officine. è subito silenzio. vibrano le parole che antigone rivolge a creonte. ci fermiamo. istintivamente, la prima sensazione. ascolto. ed il diverso sentire di ognuno staglia già i primi esili tratti della "propria" antigone. provoco. ambizione ricorrente, la mia, la loro, quella di indagare ancora più in fondo. sono poche righe quelle che abbiamo scorso ma quante ore - qui insieme - a sviscerare ogni motivo che in sofocle si fa poi parola di antigone? ancora una volta non è "confezionare" una battuta l'oggetto del nostro essere qui. sarebbe semplice - per niente leale, ma semplice - spiegare un come... - ove realmente esistesse un "come" - illustrare un "modo per..." mi piace pensare a noi stessi come ad un unico grande falco che solcando ad ali spiegate il cielo di una "verità" da svelare comincia a planare lentamente su di essa. e i grandi giri concentrici del suo volare si fanno volta per volta più stretti. e si abbassa, giro dopo giro. e ciò che appariva lontano, sfocato, lentamente diviene più nitido. ed ogni giro è più basso. ed ogni giro è più stretto. fino ad afferrarla, ognuno con i propri artigli, la "verità" del proprio teatro, così come è in ognuno, per ognuno diversa. e di nuovo tornare a volare. ma non bastano ali. è la voglia di saperle spiegare. e l'impudenza, contro se stessi a volte, di staccarsi da terra. di osare il volo. lo stesso volo che antigone chiede per librare la ribellione ad una giustizia iniqua, il timore e il rispetto degli dèi, la pietas per il fratello morto, la dignità innanzi all'ineluttabilità della propria fine, imminente ed ora mai diversa da una liberazione. per se stessa, librare. siamo vicinissimi. seduti in cerchio sul palco. i fogli sparsi. le nostre barrette di cioccolata che allunghiamo l'uno all'altro, dividiamo tra noi, adesso senza nemmeno guardarci negli occhi. assorti sul testo, ascoltando. e cercandoli, poi, gli occhi degli altri quando le parole ambiscono occhi. non c'è stanchezza nei ragazzi. né nel loro cercare. sorpresa, forse, nel rintracciare le più piccole tessere di un mosaico che prende a comporsi in ognuno di noi. e la certezza che senza quella piccola tessera sarebbe solo il bianco della parete su cui compongo i miei pezzi. ed ognuno va pulito... limato... fino a combaciare aderendo agli altri... -"è un lavoro lunghissimo..." una riflessione che nasce spontanea in patrizia, ma con la voglia di averne di più. e sono incalzanti le sue domande. ancora. ed è già questo, non solo l'ascoltare tutti, che ci pone già un po' più lontani dalla prima lettura. fluiscono le parole di sofocle. e cominciamo a distinguere, tramite antigone, uno spazio... un tempo... ancora incerti, indefiniti, imprecisi. e cominciamo a penetrare un rapporto tra la soggettività di antigone e l'oggettività di un contesto che attorno ad antigone si muove. e tra le nostre dita è ancora qualcosa di esilissimo poiché nulla è dato al di fuori della tragedia. nulla di prestabilito. non è una corte. non è una reggia. non è l'agorà di tebe. ma è tutto ciò cui noi sappiamo dare vita, e che prende vita, quando il nostro personaggio "è vivo sotto i nostri occhi" così come pirandello lascia dire al suo capocomico nei "sei personaggi..." antigone è. a noi la capacità di seguirla così come ella si vuole... è tardi. ognuno ripone i suoi fogli dentro la propria cartella. li raggiungo, poi. tutti avvolti nei propri impermeabili. qualcuno assonnato. è tardi. adesso vorrei porre loro la stessa domanda che ho già rivolto una volta, oggi... "perché il teatro?..." no. non posso chiedere qualcosa a cui non saprei rispondere. sorridiamo andando via. come ogni volta. sono l'ultimo. spengo le luci... .....next back |