diario d'officina serata d'autunno incalzante. per la prima volta di nuovo, stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi" torna a schiudere i suoi battenti. e si ritrovano percorsi... odori... suoni... ancora trame di un discorso interrotto. mai spezzato. la luce fredda di neon si scalda scivolando lungo i muri d'avorio pregni ancora di emozioni vissute. stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi. i sorrisi le voci. occhi nuovi scrutano... e ritualmente si ripetono gesti mai rituali. riprendiamo il cammino. semplicemente. semplicemente. senza scarpe di nuovo... . . . . . . . . . . . . . . di nuovo l'ultimo ad andare via. di nuovo la sala buia. ma non è vuoto. come luminescente foschia riprende forma, né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni. e donarle. e la sento addosso. e si richiude alle mie spalle dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono. per un attimo mi giro... allungo una mano... fino a quanto illusoria la sensazione di "tenere" tra le dita l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani? le voci dei ragazzi... di fuori... sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno... index |  | lunedì, 20 marzo 2006 non pensavo che ancora stasera il nostro giocare tornasse di nuovo a vertere sulle improvvisazioni condotte durante il nostro ultimo incontro. credevo che non stasera, avremmo ripreso i fili del discorso interrotto, ma il prossimo venerdì, tornando adesso, invece, a giocare sulla lisistrata di aristofane. ma le lezioni delle officine sono un po' così: mai prestabilite... mai "secondo copione"... stiamo qui insieme, sempre tesi nell'ascoltarci reciprocamente. intuire ciò che il nostro "gioco" esige... provare a risolve quanto di irrisolto naturalmente si crea mettendosi in costante confronto con se stessi. né è necessario chiedere nulla. bastano gli occhi a dirsi le cose. scambiarsi pensieri. intuirsi. e tutto questo non detto - così quando le parole non servono - diviene come una matassa poggiata sul "grande piatto" che è il nostro palcoscenico. e la vediamo tutti. ed avvertiamo tutti la voglia, la necessità, di mettere le mani dentro a quella lana che appare così aggrovigliata. ed iniziamo. semplicemente. a sciogliere nodi. dopo gli esercizi spegniamo le luci della sala. innanzi a noi, sul palco deserto, si disegna un immaginario percorso, non diverso da un sentiero di cui si smarriscono le tracce confuse tra sterpi ed erbe alte. non è davvero diversa l'immagine che credo prenda forma in ognuno di noi. affrontiamo una strada non ancora intrapresa, della quale non distinguiamo nettamente la meta. ed i passi sono incerti, in equilibrio precario... con il timore di cadere. eppure è proprio cadendo che si impara e restare in piedi. poche considerazioni ancora sulle improvvisazioni già fatte. analizziamo le scelte operate... i pensieri... una "verità" che solo a tratti, e solo in qualcuno, ci ha raggiunto. e più di ogni cosa è quel "blocco" che scaturisce improvviso, che lega, che non smettiamo mai di ricondurre ad un "cosa fare", non ad un "chi essere". è sempre una parte di noi che rimane in quinta, e ci guarda, osserva, e giudica. e non riusciamo a sfuggirla. -"perché?..." forse proprio perché troppo preoccupati a "manifestare", esteriorizzare, lasciamo che i pensieri scivolino via da noi, vuoti, badando ad una forma e smarrendo i contenuti. ed ancora la paura di una gestualità che si fa ripetitiva e che conduce poi al non controllo dei gesti... dei movimenti... percHé è il pensiero di noi, - noi adesso sul palcoscenico - a prendere il sopravvento legandoci ancora ad un apparire che non è diverso da una "cartolina". sono considerazioni che facciamo tra noi. cercando di capire fino in fondo i meccanismi che si innestano una volta che siamo sul palco. e cosa invece non riesce a scattare. né abbiamo appigli di alcun tipo. né accessori... né una scena... né un mimare... solo noi stessi. ma non è una novità. il porre il lavoro dell'attore al centro del nostro "essere teatro" è qualcosa che da sempre ha caratterizzato e distinto le officine. ma finché tra noi ed il teatro non si sovrappongono barriere - le nostre barriere - tutto è uno scorrere "naturalmente", che quasi non avvertiamo... ma accade anche, e sono le serate come queste, che il nostro non avere né cercare appigli, ci rivela quali noi siamo: nudi innanzi al teatro. pongo una sedia sul palco. -"chi comincia?..." e sotto le luci da quella sedia pare di udire il sorriso di moliere... o un lamento di argante... daniela è la prima. partire da una "verità" è il nostro obiettivo. argante è malato. ma quale la sua malattia? come si manifesta? la scena sulla quale ci stiamo provando rivela argante a letto... cosa lo costringe all'immobilità? vera o apparente? sono molto leggeri i gesti di daniela. tocca i suoi capelli... li sfiora... stringe piano tra le mani il suo capo... una piccola smorfia di dolore. basta poco. basta questo. ed è già "verità" quella che ci raggiunge. ma il nostro indagare è rivolto ad un teatro che si tinga di colori più forti: quelli del grottesco. quelli che moliere ci restituisce. o che noi - adesso - vogliamo intuire. e lungo questa strada daniela si spinge. e nasce spontaneo, in noi, il sorriso nel vedere il suo sguardo smarrito, rivolto dalla parte verso cui vorrebbe ruotare la testa. ma la sua testa non si muove. è bloccata. e da questo conflitto tra gli occhi e la testa ha origine quella "verità" incredibile, ma ancora plausibile, in cui grottescamente potrebbe cominciare a muovere i suoi primi passi, argante. da quel punto, dall'improvvisazione di daniela, adesso partiamo, cercando di rendere ancora più macroscopico lo stesso buffo conflitto cui abbiamo appena assistito. lascia le redini, agnese, appena sale sul palcoscenico. riprende l'improvvisazione di prima ma con un gusto diverso... con motivazioni nuove che alle prime si aggiungono. ed all'impossibilità di un movimento si aggiunge la necessità - quasi la disperata urgenza - di sbloccare l'articolazione del capo. comincia a muoversi nello spazio, ad invocare con lo sguardo un aiuto che non la raggiunge, a cercare rozzamente una soluzione a quell'immobilismo. ed il corpo sembra compensare ed esaltare l'immobilità della testa. ma al di là del divertimento che l'improvvisazione ci procura; dell'osservare agnese alle prese con la sua "testa" non diversamente da come si porrebbe nella ricerca di un cavatappi per aprire, assettata, la sua bottiglia; ciò che mi sorprende è la misura di cui è capace. nessuna cosa sembra essere "voluta", provocata, "fatta"... nessun compiacimento d'attore. e se immagino intorno a lei una realtà diversa dai muri delle officineteatrali, se l'assimilo ad un tempo che è quello che molierè ci consegna, senza alcuna difficoltà posso riconoscere in quell'improvvisazione non solo argante ma anche il "teatro" dove forse visse "il malato immaginario". i miei pensieri scorrono con lo stesso ritmo con cui agnese conduce la sua prova. sorridiamo tutti. infine risolve, il "suo" argante... ponendo la testa contro lo spigolo di un muro e, facendo faticosamente leva, di nuovo la riconduce alla sua naturale postura... e già adesso potrebbe risuonare la prima battuta della nostra scena, da quella verità, e con quella verità, potrebbe originare quel "venite, venite, signor buonafede..." ancora proviamo... ancora improvvisiamo... ancora affiorano blocchi... ancora si intuiscono, e subito si smarriscono, percorsi attraverso argante... attraverso una malattia che è una difesa dal mondo... che è un non esporsi... che è una vigliaccheria non confessata... ed un mondo piccolo piccolo che diviene l'ovatta che avvolge le insicurezze, le paure, le ipocrisie ove prendono vita gli altri personaggi del "malato..." di moliere. sono altre "maschere" la moglie... i figli... i medici... gli avvocati... i notai azzeccagarbugli... che affollano le pagine della commedia. ed è per ognuno una verità da intuire, da cercare, da scoprire... né uno, in nulla, è simile all'altro... i ragazzi capiscono cosa voglio dire. cosa pretendo da loro e cosa loro devono esigere dalle officine, in questo continuo gioco di reciprocità che dà vita, e che è la vita, delle officine... quel sentiero tra gli sterpi non è certo adesso meglio definito. ancora fitti cespugli lo rendono cieco ai nostri occhi. ma abbiamo fatto qualche piccolo passo verso l'interno... qualcuno è scivolato, ma ha trovato il braccio degli altri a sostenerlo. so che non è un lavoro facile quello che stiamo che stiamo affrontando. chiedo ai ragazzi se davvero hanno voglia ancora di andare avanti... di proseguire, prendendo moliere a pretesto, verso un mettersi in gioco ancora di più, senza remore... senza pudori... e stavolta è la caparbietà di chi non è ancora contento a zittirmi... ad indurmi a continuare tra erbe e sterpi il nostro cammino... andiamo via. riconosco nello sguardo di maria la rabbia per un'occasione stasera vissuta solo a metà. il teatro è anche questo. non le dico nulla. non adesso. parleremo domani. raccolgo il mio zaino e ci avviamo tutti verso l'uscita. è bello stasera. ci fermiamo nel vicolo. parliamo ancora. ancora qualche minuto. agnese racconta un episodio di qualche sera prima... ridiamo... intorno è già notte. .....next back |