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diario d'officina

serata d'autunno incalzante.
per la prima volta di nuovo,
stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi"
torna a schiudere i suoi battenti.
e si ritrovano percorsi... odori... suoni...
ancora trame di un discorso interrotto.
mai spezzato.
la luce fredda di neon
si scalda scivolando lungo i muri d'avorio
pregni ancora di emozioni vissute.
stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi.
i sorrisi le voci.
occhi nuovi scrutano...
e ritualmente si ripetono gesti mai rituali.
riprendiamo il cammino.
semplicemente.
semplicemente.
senza scarpe di nuovo...
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di nuovo l'ultimo ad andare via.
di nuovo la sala buia.
ma non è vuoto.
come luminescente foschia riprende forma,
né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni.
e donarle.
e la sento addosso.
e si richiude alle mie spalle
dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono.
per un attimo mi giro...
allungo una mano...
fino a quanto illusoria
la sensazione di "tenere" tra le dita
l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani?
le voci dei ragazzi... di fuori...
sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno...



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lunedì, 24 aprile 2006
un po' di pioggia,
stasera...
e l'aria che si fa
più calda...
la primavera
bussa lentamente
alle porte di questo mese.
ci ritroviamo puntualmente
in laboratorio.
qualcuno ha prolungato
di un giorno
il fine settimana
appena trascorso.
stasera non è con noi.
con qualcuno
nascono
invece altre considerazioni,
o nuove riflessioni,
sull'incontro della settimana scorsa.
nuove riflessioni...
come un piccolo seme
interrato
nel giardino delle nostre emozioni.
averne cura.
e sentire
minime radici
che già ledono
il bozzolo duro
che le contiene
e si schiudono
a cercare una luce
che non sanno.
che ancora non sanno...

riprendiamo i nostri esercizi.
i progressi si fanno
via via più tangibili.
non è solo la voce, adesso.
il lavoro che conduciamo
sul coordinamento e sulla dissociazione
del gesto,
mai avulso da quello sulla respirazione,
si è inciso
anche sulla postura dei ragazzi.
quella tensione
senza rigidità
che è stato il perno
attorno a cui
hanno ruotato
molte ore
del nostro lavoro...
il controllo del gesto...
la "misura" del proprio respiro...
note prima tremanti
che adesso
si stendono senza incertezza
e attraversano
la sala fino giù in fondo...
altri piccoli passi
condotti
sempre più sentendo il palcoscenico
sotto di noi...
e sempre più determinando,
ognuno di quei piccoli passi.

ci disponiamo in cerchio,
dopo gli esercizi.
un nuovo gioco.
mai fatto ancora,
quest'anno.
un gioco che conduce
all'aggregarsi dei ragazzi
in forma di coro,
a muoversi insieme tutti,
sinergicamente,
a sviluppare nuovi rapporti di reciprocità,
tra se stessi;
col coro che lentamente,
uno per volta,
si forma;
con lo spazio intorno.
i movimenti sono guidati dagli occhi.
occhi che scelgono...
occhi come un filo
che guida...
occhi che accettano...
occhi che rifiutano...
i movimenti si snodano
attorno ad un ideale
ago sul quale è posto,
in equilibrio,
il palco...
l'eroe si muove.
brevi passi.
il coro segue.
i ragazzi riversano nell'esercizio
la massima concentrazione.
c'è rigore.
c'è disciplina.
c'è teatro.
pongo delle varianti.
ripetiamo ancora.
ed ancora i movimenti
come fossero uno,
ognuno avvertendo la presenza del compagno...
ognuno consapevole del proprio ruolo...
ora di corifeo...
ora di corifero...

spengiamo le luci della sala.

stasera riprendiamo a giocare su lisistrata.
una serata di studio,
quella di oggi.
procediamo nella lettura.
non più di tutto il testo,
ma solo di alcune scene.
quelle che poi,
insieme,
proveremo a montare in piedi.
la prima scena che affrontiamo
è quella fra il coro dei vecchi,
condotto da stimodoro,
ed il coro delle vecchie,
asserragliate nell'acropoli,
condotto da vittoria.
è immediato
il sorridere dei ragazzi
nel tornare a scorrere
quelle pagine,
nell'acquisire quel dialogo
crudo, aspro,
i doppi sensi incalzanti
che dipingono
di colori accesi
il testo di aristofane.
poi, come sempre,
lentamente
cominciamo a penetrare
le parole
della drammaturgia.
il confronto tra i due cori,
per prima cosa.
nella lettura appena conclusa
stimodoro e vittoria
dialogano
come se entrambi
occupassero lo stesso piano
nello spazio,
ove aristofane
pone invece
le vecchie sulle mura dell'acropoli,
in alto,
ed il coro guidato da stimodoro
sulla grande soglia
che è alla base
di quelle stesse mura.
dunque un rapporto condizionato,
anche nella lettura,
dalla diversa posizione nello spazio
dei personaggi che interagiscono tra loro.
e da questo deriva
anche una valenza simbolica,
alla quale non si può venir meno
nella ricerca di una nostra "verità"
nell'interpretazione del testo.
in una società
che relega la donna
a ruoli di totale
subalternità
rispetto all'uomo,
stavolta è l'uomo
a doversi rivolgere
alla donna in una posizione
fisicamente, e simbolicamente,
inferiore ad essa.
oltre a ciò,
il coro delle vecchie,
occupando l'acropoli,
ha concretamente possesso
del cuore religioso,
politico,
economico,
sociale,
della città di atene,
escludendo da esso
ogni figura maschile.
sono soltanto,
queste,
alcune delle analisi,
le primissime,
sorte attorno alla lettura di queste pagine,
ma già sufficienti
a capire le motivazioni
- i perché -
che stanno alla base
del significare di ogni battuta.
proviamo a rileggere ancora.
ci alterniamo nei ruoli.
e nel nostro leggere
prende adesso corpo un luogo,
un tempo...
il testo conduce verso toni
spesso interpretati, oggi,
in modo farsesco.
invito a sfuggire
facili soluzioni
come quella offerta
dall' "appesantire"
i personaggi
cercando una comicità
che è già insita
nei personaggi stessi.
sarebbe come aggiungere
una maschera
su una maschera,
ed inevitabilmente cercheremmo
in spinte emotive che appartengono solo a noi,
come l'ira o la beffa,
quell'emotività,
certamente diversa,
assolutamente manifesta,
che "caratterizza" i personaggi
pur senza farne delle caricature.
ed è un ritmo nella scena, anche.
crescente, mai statico,
coinvolgente.
ritmo che anima azioni e dialogo
e che senza mai scemare
deve raggiungere il suo acme
nella chiusa della scena,
quando le anziane donne
riversano sui vecchi assedianti
le loro brocche
colme di urina.
intuiamo la misura
non solo delle singole battute,
ma di queste nel contesto della scena.
e quest'ultima non solo
vista nell'insieme
del testo,
ma anche isolatamente
come rappresentasse
una commedia
a sé;
con un suo incipit...
un suo svolgimento...
un sipario che la chiude...

torniamo qualche pagina indietro.
riprendiamo una parte piccola,
la conclusiva,
del prologo:
il giuramento
che le donne
prestano nella mani di lisistrata.
avevamo già parlato
del simbolismo
di aristofane.
una tazza nera
colma di vino di taso
è il "testimone" del giuramento.
ancora coloratissimo
aristofane
nel dare vita
a questo gruppo di donne
che lisistrata
ha condotto alla ferma determinazione
della loro scelta.
e se "simbolico"
è l'oggetto attorno a cui
esse giurano,
non meno dissacrante
è la ritualità
con cui esso si svolge,
quasi un ironico
- di più, sarcastico -
rivivere
i solenni giuramenti
delle tragedie eschilee.
ancora sfuggiamo la farsa,
ancora sfuggiamo facili soluzioni.
cerchiamo un colore
per ogni donna.
intuiamo piccoli particolari
che possono condurci ad una verità...
analizziamo le scelte
di traduzione
operate da ettore romagnoli...
e poi, ancora, il reciproco ascoltarsi...
i tempi di ogni battuta...
la verità di un sacro rito
che deve divenire
"verità" nel contesto
della commedia attica antica.
leggiamo più volte.
di nuovo alterniamo i ruoli.
nulla di preordinato.
ognuno riversando nel testo
il proprio avvertire
il personaggio che legge.
mai uno dei ragazzi
uguale all'altro.
mai un personaggio
simile all'altro...
eppure "immutabile"
la verità della scena.

le ore stasera
scorrono così...
tra i sorrisi donati da aristofane
ed il nostro
continuo confronto sul testo.
senza spazio per facili sorrisi
se non quelli che vengono
dalla gioia che ci dà
l'affrontare il nostro "gioco".
condurremo sulla scena
queste figure.
sulla stessa scena
in cui abbiamo incontrato lisistrata
nella sua notte ateniese.
un cerchio di sedie incompleto.
ed il gioco sarà
dare a quelle stesse sedie
la verità che aristofane
impone noi di dare loro...
giocando...
ancora...

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