diario d'officina serata d'autunno incalzante. per la prima volta di nuovo, stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi" torna a schiudere i suoi battenti. e si ritrovano percorsi... odori... suoni... ancora trame di un discorso interrotto. mai spezzato. la luce fredda di neon si scalda scivolando lungo i muri d'avorio pregni ancora di emozioni vissute. stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi. i sorrisi le voci. occhi nuovi scrutano... e ritualmente si ripetono gesti mai rituali. riprendiamo il cammino. semplicemente. semplicemente. senza scarpe di nuovo... . . . . . . . . . . . . . . di nuovo l'ultimo ad andare via. di nuovo la sala buia. ma non è vuoto. come luminescente foschia riprende forma, né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni. e donarle. e la sento addosso. e si richiude alle mie spalle dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono. per un attimo mi giro... allungo una mano... fino a quanto illusoria la sensazione di "tenere" tra le dita l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani? le voci dei ragazzi... di fuori... sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno... index |  | venerdì, 28 aprile 2006 sono sul portone quando arrivano i ragazzi... li vedo parlare e ridere mentre consumano i pochi passi che ancora ci separano... rapporti veri, semplici, nati tra le pareti delle officine; o tra le pareti delle officine rinsaldati ancora di più. e questo è forse il traguardo più bello che è stato raggiunto. quel loro modo di parlare e ridere, identico si svolge intorno al palcoscenico, condividendo esperienze, sensazioni, pensieri... mettendo in comune la stessa voglia di dar corpo a un' "idea"... la "nostra" idea. ed altre "idee" nascono. progettualità che non prescindono dalla presenza, dal coinvolgimento, dei ragazzi... accenno qualcosa... il loro sorriso di assenso... i loro sguardi... più eloquenti - mille volte - di ogni parola a dire il loro entusiasmo. anche stasera nuovi esercizi. ancora un po' oltre. a terra. sui materassini. quelli di respirazione sono i primi. respirazione non forzata. scaricando da sé ogni peso. intuendo i movimenti del diaframma. fisiologicamente. lasciare che l'aria, senza alcun attrito, penetri in noi, e naturalmente, poi, ci abbandoni. gli occhi aperti. presenti a se stessi. è lavorare, adesso, su tutti quei meccanismi "involontari" che prendono parte al processo della respirazione. ancora con la necessità di capire... di acquisire... di assimilare... e controllare, dopo. poter controllare. e controllando modulare. e proprio sulla modulazione della voce sono gli esercizi che seguono. ancora a terra. ancora stesi sui materassini. associamo la respirazione all'emissione... e l'emissione, poi, ad una serie di immagini che suggerisco loro volta per volta. è molto un gioco... è molto un vedere con "altri" occhi... e ancora di più: legare il suono che nasce in noi, a figure che si plasmano lentamente... incorporee e concrete. insieme. ed è inizialmente quasi inconsapevole l'escursione vocale che si libera... da un'altezza molto bassa fino a quella più alta. poi i invito i ragazzi a prendere rapporto col suono. dal suo sorgere, al suo sviluppo, al suo scemare ultimo... sentirsi, non semplicemente ascoltarsi. e quelle che apparentemente sembravano fino a ieri difficoltà insormontabili, adesso sono piccoli eventi. e non smettiamo di sorprenderci - io e loro - vicendevolmente. in piedi, lavoriamo sul corpo, sullo spazio, sul coro. esercizi inconsueti che sviluppano nuovi rapporti nel "vivere" lo spazio. inizialmente in coppia. ancora il respiro, e l'emissione, come misura di ogni gesto. ma adesso in una reciprocità che tende al completamento dell'uno nell'altro. non più singolarmente, ma le figure che sviluppiamo sono capaci di snodarsi attraverso lo spazio solo in un rapporto simbiotico con il compagno. sorridiamo alle primissime prove. trovare la sincronia del movimento... dell'emissione vocale... della respirazione... i ragazzi non si scoraggiano. parlano tra loro. spezzano i movimenti. ancora riprovano l'esercizio. ed io li sprono a sbagliare. non siamo qui per fare le cose "giuste"... siamo qui per cercare... per metterci in gioco... per spostare il limite invisibile imposto da una gestualità mai pensata, quotidiana. e poi non appena trovato, intuito, un equilibrio, subito frantumarlo... e cercarne uno nuovo. ed ancora "complichiamo" il nostro giocare. ora tutti insieme. disposti agli angoli del palcoscenico diamo vita a movimenti sincroni che ugualmente coinvolgono il movimento la respirazione la voce... immaginiamo il palcoscenico attraversato da linee perpendicolari al boccascena... parallele... diagonali... cominciamo a muoverci lungo immaginari tracciati... tutti insieme... ed è come determinare qualcosa che in realtà non "è" ma verso cui sono rivolte, convogliate, tutte le nostre energie. ed è coro. improvvisamente, esercizio dopo esercizio, quei movimenti... quelle voci... quei suoni... divengono indistinguibili quasi... ed è coro. anche stasera, dopo i primi esercizi, le luci della sala si spengono. seduti attorno al proscenio prendiamo ognuno la nostra cartella... tornare a giocare, stasera, su alcuni dei testi che abbiamo già affrontato e che ancora abbiamo voglia di "scavare"... o forse sarebbe più giusto dire che vogliamo mettano fuori, essi stessi scavino e restituiscano alla luce, altre cose di noi. ma poi è enrico a chiedere di leggere - qui. adesso. insieme. - un breve testo scritto da lui. sono incuriositi i ragazzi. ed io so che questo "spazio" è loro. è anche loro. non ho difficoltà a seguirli in ciò che desiderano... cominciamo così a scorrere la breve drammaturgia che enrico ha scritto e le cui copie ha in un attimo già distribuito a ciascuno di noi. ed è un po' di emozione ora in lui. ora che leggiamo. non un altro testo, ma le sue parole. un incontro casuale, tra un ragazzo e una ragazza, ad una fermata del bus. parole impacciate... le prime... poi inaspettatamente cordiali, accoglienti... e provocatorie anche... - quelle di lei - sottilmente provocatorie... ed in entrambi la voglia di sognare che si fa strada tra l'attesa rituale del solito autobus ed il caos di una città che non si ferma... che non ascolta... distratta... ed è facile sentirsi rapiti l'uno dall'altra... nel loro mondo senza favole trovarsi inaspettatamente dentro una favola... ed esserne protagonisti... e la voglia di andare - via, senza pensare. via - insieme... come dentro a un cestino riversiamo ognuno le proprie sensazioni. enrico ascolta. annuisce. e si meraviglia, anche, quando parlando si svelano significati - i più intimi - che quel suo testo cela tra le righe... che forse nemmeno lui pensava, o credeva, di riuscire a dire. cose di dentro, senza peso, che vengono fuori aderendo alle parole, e che adesso si rivelano. né si immaginava che potessero essere colte, scritte, dette, in quelle poche pagine di un dialogo nato quasi d'istinto. sorridiamo, poi, quando qualcuno tra i ragazzi non cela l'imbarazzo nel riconoscersi in un episodio davvero vissuto. leggiamo ancora. poi li lascio parlare. enrico spiega il suo testo. i ragazzi chiedono, obiettano, annuiscono, criticano. io rimango in silenzio. mi accorgo di quanto appartenga al loro vivere di ogni giorno quel piccolo testo. intuisco la voglia di riconoscersi, di aderire, a quei personaggi. ma al tempo stesso mi colpisce la specificità, la puntigliosità, la pertinenza, del loro interloquire. è in essi una capacità di analisi che inizia a plasmarsi. a estrinsecarsi. ad affrancarsi da un pensare che rimane solo in superficie. è un po' una serata loro, stasera. e mi piace che sia così. mi piace mettermi da parte. mi piace ascoltare. mi piace il confronto cui adesso danno vita. ed anche questo sono le officine. un luogo che vive di quei ragazzi... della loro voglia di essere, qui... di quelle "idee" senza corpo che qui si animano... e si staccano... e volano sulle nostre emozioni... emozioni semplici. come stasera. fatte solo di una favola. nulla di più... come il teatro... nulla di più di una favola... .....next back |