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diario d'officina

serata d'autunno incalzante.
per la prima volta di nuovo,
stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi"
torna a schiudere i suoi battenti.
e si ritrovano percorsi... odori... suoni...
ancora trame di un discorso interrotto.
mai spezzato.
la luce fredda di neon
si scalda scivolando lungo i muri d'avorio
pregni ancora di emozioni vissute.
stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi.
i sorrisi le voci.
occhi nuovi scrutano...
e ritualmente si ripetono gesti mai rituali.
riprendiamo il cammino.
semplicemente.
semplicemente.
senza scarpe di nuovo...
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
di nuovo l'ultimo ad andare via.
di nuovo la sala buia.
ma non è vuoto.
come luminescente foschia riprende forma,
né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni.
e donarle.
e la sento addosso.
e si richiude alle mie spalle
dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono.
per un attimo mi giro...
allungo una mano...
fino a quanto illusoria
la sensazione di "tenere" tra le dita
l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani?
le voci dei ragazzi... di fuori...
sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno...



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martedì, 4 luglio
no.
non è un arrivo, stasera.
né un traguardo raggiunto.
no.
non solo.
stasera è qualcosa di più.
qualcosa che ha iniziato ad insinuarsi
da un paio di mesi
tra le pareti delle officine,
e che questa sera ha infine svelato
un volto mille volte negato
- sfuggente come guizzo -
inseguito
e mai catturato una volta.
spente le luci
è apparso giù in fondo alla sala
percorrendo piano,
invisibile ancora,
i suoi passi tra noi,
tra le sedie di paglia
disposte in cerchio
ancora una volta,
tra le nostre parole infinite.
e i silenzi.
senza misura.
perché intimi.
perché di ognuno di noi.
e però pieni.
densi.
nudi.
è rimasto lì ad ascoltare.
a raccogliere
con noi
i ciottoli
- quante volte ho usato questa parola -
che hanno lastricato
il tempo trascorso
da qui a un'emozione.
poi lentamente si è mosso
verso il palcoscenico.
verso la nostra luce immutata,
fredda di neon.
ed ha atteso.
senza che nessuno si accorgesse,
ha atteso.
...che le mie parole
finalmente smettessero
di risuonare
tra le pareti delle officine.
smettessero
di cercare i volti,
gli occhi,
le mani,
i gesti
dei ragazzi tutti.
intorno a me, stasera.
ha atteso che riccardo,
poi,
guadagnasse piano la ribalta.
il centro palco, poi.
e si volgesse a noi.
e a se stesso.
di più a se stesso.
solo brevi attimi
ed infine è apparso.
senza più alcuna paura di celarsi,
è apparso.
in quel primo chiudere gli occhi
di riccardo.
in quel suo sfuggire
un giorno a venire.
in quel suo scivolare
dentro le prime parole
del riccardo lll di shakespeare. 
ed in riccardo per primo
ha svelato il suo volto...
le pieghe di un viso...
i solchi
naturali
lasciati dal tempo...
dal sorriso e dal pianto...
da una smorfia sempre diversa.
e poi diversamente
si è mostrato
tra i versi di margherita...
e di anna...
e di maria...
e di sara...
nella melanconia
di una canzone
che parla di guerra
per dire la pace...
tra le parole
della lettera di una madre...
- parole che non trovano risposta alcuna -...
nella comicità
amara
di una donna
che "osserva solo" lo scorrere di una vita quotidiana...
o nella determinazione
di chi quella vita sente allontanarsi
e vorrebbe voltarsi
e riafferrarla
- tutta -
ancora...
e nel rigore dei versi recitati da guido...
o nei mille variopinti colori invisibili
che dipingevano
il volto clownesco
di patrizia.
lì,
incessantemente stasera,
si è rivelato.
ancora...
in quell'attimo in cui
ognuno dei ragazzi
- sul palco -
ha deposto la maschera
che indossiamo tutti,
giorno dopo giorno,
si è svelato.
intatto,
vero,
senza misteri.
quell'amore senza retorica
che ci ha condotto
insieme
fino a questa sera.
una sera,
seppur lontani dai frastuoni gioiosi
che pure ci appartengono
e ci accomunano ad altri milioni di italiani,
nell'ansia e nella gioia,
una sera che abbiamo scelto.
che abbiamo voluto, scegliere.
non dovuto.
voluto.

no.
non è un traguardo, stasera.
è un punto di partenza.
un luogo privilegiato
da cui adesso guardare
le cose intorno a noi
con occhi diversi.
e diversamente,
ora,
prendere a disporre
nuovi ciottoli
tracciando
percorsi sconosciuti ancora.

a me rimangono solo le ultime righe
di quest'ultima pagina
di diario
per dire "grazie" ad ognuno dei ragazzi
che hanno dato
"vita"
alle officineteatrali.
mai "saremmo stati"
se non nella misura
in cui loro
hanno ambito il nostro "essere".
e grazie anche a quanti,
per motivi diversi,
hanno solo brevemente attraversato le officine
- stas, luca, lucia, francesca -
ma che hanno lasciato di loro
un solco che si è inciso
nella memoria di questi nostri
lunghi, eppure brevissimi, giorni.
grazie anche a chi è fuggito dalle officine.
ad un ragazzo che si è involato
dopo solo due minuti trascorsi sul palco...
al sottilissimo disagio di una giovane donna
avvolta in un tailleur già troppo in carriera...
ed a pochi altri
che non hanno lasciato
abbastanza memoria di sé
per trovare spazio su questa pagina,
ma dai quali abbiamo imparato
l'importanza e la diversità
di questo nostro modo
di voler  "essere" teatro.
di voler essere ciò che facciamo.
né mai fare ciò che siamo.

sul vicolo poi.
tutte le luci sono spente.
ed io ritrovo lo stesso sapore
di un anno fa
nel chiudere il portone delle officine.
il "clic-clac" del lucchetto
risuona note
di appagamento e di una lieve tristezza insieme.
ma poi è il sorriso dei ragazzi
ad abbracciarmi.
andiamo verso la nostra pizzeria,
come altre sere trascorse insieme.
santa maria è deserta.
improvviso
è un boato di gioia.
pochi assonnati stanchi piccioni si alzano in volo.
un cameriere esce dal ristorante
insolitamente deserto
stringendo forte i pugni
davanti a sé.
l'italia è in finale.
ci assiepiamo
davanti ad uno dei televisori
lungo la strada.
e siamo insieme...
ancora... 


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