diario d'officina serata d'autunno incalzante. per la prima volta di nuovo, stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi" torna a schiudere i suoi battenti. e si ritrovano percorsi... odori... suoni... ancora trame di un discorso interrotto. mai spezzato. la luce fredda di neon si scalda scivolando lungo i muri d'avorio pregni ancora di emozioni vissute. stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi. i sorrisi le voci. occhi nuovi scrutano... e ritualmente si ripetono gesti mai rituali. riprendiamo il cammino. semplicemente. semplicemente. senza scarpe di nuovo... . . . . . . . . . . . . . . di nuovo l'ultimo ad andare via. di nuovo la sala buia. ma non è vuoto. come luminescente foschia riprende forma, né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni. e donarle. e la sento addosso. e si richiude alle mie spalle dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono. per un attimo mi giro... allungo una mano... fino a quanto illusoria la sensazione di "tenere" tra le dita l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani? le voci dei ragazzi... di fuori... sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno... index |  | martedì, 4 luglio no. non è un arrivo, stasera. né un traguardo raggiunto. no. non solo. stasera è qualcosa di più. qualcosa che ha iniziato ad insinuarsi da un paio di mesi tra le pareti delle officine, e che questa sera ha infine svelato un volto mille volte negato - sfuggente come guizzo - inseguito e mai catturato una volta. spente le luci è apparso giù in fondo alla sala percorrendo piano, invisibile ancora, i suoi passi tra noi, tra le sedie di paglia disposte in cerchio ancora una volta, tra le nostre parole infinite. e i silenzi. senza misura. perché intimi. perché di ognuno di noi. e però pieni. densi. nudi. è rimasto lì ad ascoltare. a raccogliere con noi i ciottoli - quante volte ho usato questa parola - che hanno lastricato il tempo trascorso da qui a un'emozione. poi lentamente si è mosso verso il palcoscenico. verso la nostra luce immutata, fredda di neon. ed ha atteso. senza che nessuno si accorgesse, ha atteso. ...che le mie parole finalmente smettessero di risuonare tra le pareti delle officine. smettessero di cercare i volti, gli occhi, le mani, i gesti dei ragazzi tutti. intorno a me, stasera. ha atteso che riccardo, poi, guadagnasse piano la ribalta. il centro palco, poi. e si volgesse a noi. e a se stesso. di più a se stesso. solo brevi attimi ed infine è apparso. senza più alcuna paura di celarsi, è apparso. in quel primo chiudere gli occhi di riccardo. in quel suo sfuggire un giorno a venire. in quel suo scivolare dentro le prime parole del riccardo lll di shakespeare. ed in riccardo per primo ha svelato il suo volto... le pieghe di un viso... i solchi naturali lasciati dal tempo... dal sorriso e dal pianto... da una smorfia sempre diversa. e poi diversamente si è mostrato tra i versi di margherita... e di anna... e di maria... e di sara... nella melanconia di una canzone che parla di guerra per dire la pace... tra le parole della lettera di una madre... - parole che non trovano risposta alcuna -... nella comicità amara di una donna che "osserva solo" lo scorrere di una vita quotidiana... o nella determinazione di chi quella vita sente allontanarsi e vorrebbe voltarsi e riafferrarla - tutta - ancora... e nel rigore dei versi recitati da guido... o nei mille variopinti colori invisibili che dipingevano il volto clownesco di patrizia. lì, incessantemente stasera, si è rivelato. ancora... in quell'attimo in cui ognuno dei ragazzi - sul palco - ha deposto la maschera che indossiamo tutti, giorno dopo giorno, si è svelato. intatto, vero, senza misteri. quell'amore senza retorica che ci ha condotto insieme fino a questa sera. una sera, seppur lontani dai frastuoni gioiosi che pure ci appartengono e ci accomunano ad altri milioni di italiani, nell'ansia e nella gioia, una sera che abbiamo scelto. che abbiamo voluto, scegliere. non dovuto. voluto. no. non è un traguardo, stasera. è un punto di partenza. un luogo privilegiato da cui adesso guardare le cose intorno a noi con occhi diversi. e diversamente, ora, prendere a disporre nuovi ciottoli tracciando percorsi sconosciuti ancora. a me rimangono solo le ultime righe di quest'ultima pagina di diario per dire "grazie" ad ognuno dei ragazzi che hanno dato "vita" alle officineteatrali. mai "saremmo stati" se non nella misura in cui loro hanno ambito il nostro "essere". e grazie anche a quanti, per motivi diversi, hanno solo brevemente attraversato le officine - stas, luca, lucia, francesca - ma che hanno lasciato di loro un solco che si è inciso nella memoria di questi nostri lunghi, eppure brevissimi, giorni. grazie anche a chi è fuggito dalle officine. ad un ragazzo che si è involato dopo solo due minuti trascorsi sul palco... al sottilissimo disagio di una giovane donna avvolta in un tailleur già troppo in carriera... ed a pochi altri che non hanno lasciato abbastanza memoria di sé per trovare spazio su questa pagina, ma dai quali abbiamo imparato l'importanza e la diversità di questo nostro modo di voler "essere" teatro. di voler essere ciò che facciamo. né mai fare ciò che siamo. sul vicolo poi. tutte le luci sono spente. ed io ritrovo lo stesso sapore di un anno fa nel chiudere il portone delle officine. il "clic-clac" del lucchetto risuona note di appagamento e di una lieve tristezza insieme. ma poi è il sorriso dei ragazzi ad abbracciarmi. andiamo verso la nostra pizzeria, come altre sere trascorse insieme. santa maria è deserta. improvviso è un boato di gioia. pochi assonnati stanchi piccioni si alzano in volo. un cameriere esce dal ristorante insolitamente deserto stringendo forte i pugni davanti a sé. l'italia è in finale. ci assiepiamo davanti ad uno dei televisori lungo la strada. e siamo insieme... ancora... ......next back |