diario
d'officina
diversamente...
solo allungare una mano
e lievemente
coi polpastrelli
spingere,
perché di nuovo si schiuda
il vecchio portone di legno
delle officine.
come se mai avesse echeggiato
- già un'estate è trascorsa -
il suo ultimo "clack",
breve secco,
l'usuale lucchetto freddo d'acciaio
scivola via ancora, tra le asole di ferro battuto.
odore di chiuso
viene incontro
come correndo, sfuggendo,
oltre l'uscio socchiuso
contendendo il passaggio
ai raggi di sole
che lacerano la penombra
in brandelli che si allungano
sul pavimento
precedendo passo dopo passo
i miei passi...
e sono
passi
che già mi conducono
attraverso un'altra stagione...
.
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le parole tracimano
il tempo.
si condividono
usuali gesti
che ritualmente ormai
segnano la fine
del nostro giorno.
ci si sofferma
aspettando d'essere tutti
attraverso il lungo corridoio
che si apre a quella realtà
per ore barattata
tra queste pareti
in cambio di briciole di verità.
è buio di nuovo
oltre il portone di legno.
intorno, notte spezzata
da luci di quarzo,
nel vicolo.
per qualche istante
ancora insieme.
noi.
tutti.
e come profumo
il teatro
ancora ci avvolge.
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lunedì, 12 novembre 2007
...come imbastire
esilissima rete..
ordito
di impalpabile filo
lungo il quale
ogni sogno
traccia la trama
che disegna
immutabile
verità.
e la leggerezza
a condurre
la mano
che tesse.
favole che si liberano
dall'immaginifico
ove nasce
l'incanto
e lievemente
prendono a plasmarsi
sulle "tavole"
che solo
dell'"incanto"
pulsano.
respirano.
vivono.
"cuntami 'na storia"...
così diceva
un mio maestro
che questa stessa frase
aveva appreso
dal "suo" maestro:
un vecchio della mia terra,
della sua stessa terra.
vecchio quasi cieco
che senza clamore
girava il mondo
armato di una spada
e della sua voglia
di dirle,
di inventarle,
le sue favole
"di cavaleri e di cavaddi"...
e raccoglieva la gente
intorno
alla sua "lingua"
che pareva
aver rubato
ad un antico aedo.
"cuntami 'na storia"...
così è,
ogni volta
che le mie mani
tracciano segni
su una pagina bianca;
che il mio corpo
fende l'aria
intorno,
e quella si fa
alveo...
e mi accoglie;
che la mia voce
frammenta
il silenzio
incuneandosi
lì dove
sono altre parole,
più spesso
al silenzio
sorelle.
"cuntami 'na storia"...
ogni volta
che taccio
e sul palcoscenico,
o intorno
a un tavolo
colmo di fogli,
comincia a invadere
la necessità
di annodare
fili sciolti
porgendo
l'un l'altro
i capi
di invisibile bandolo.
e le mani
si intrecciano,
reciprocamente,
ognuno intento
al proprio sedile
intorno
al telaio
ove l'emozione
d'ognuno
diviene
favola,
perché non altro
che una semplice favola
sia infine
l'emozione
che si anela
donare.
e sul palcoscenico
corrono
lungo
gli occhi dei ragazzi,
attraverso
il loro sguardo,
adesso,
quegli stessi fili.
ed il corpo,
e la voce,
ed i gesti,
si tendono
si inarcano,
attingendo
in fondo
agli occhi dell'altro
gocce
che intridano
una sorgente
che non ha più
un suo luogo
ma che ugualmente
sgorga
da fenditura
unica,
nata
dalla voglia
di essere
favola.
insieme,
favola.
e si scopre
la voglia
di donarsi,
o di violarsi.
e parole;
gesti;
passi
che improvvisamente
avvicinano,
o rapidissimi
allontanano;
divengono
danza
su una musica
all'improvviso,
che
istante per istante,
una ad una,
denuda
le sue note,
lascia
echeggiare
melodia
mai ascoltata.
ora sincopata,
ora dissonante,
ora morbidamente
distesa,
ora sfuggente
in picchi
inusitati...
ed in quegli istanti,
rari brevi istanti,
la verità
di una favola
lascia
che il buio
della platea
ci conduca
con sé...
lontano
da qualsiasi vista,
lontano
da quegli occhi,
da quello sguardo
come filo
intrecciato,
eppure
dentro
ogni parola,
gesto,
pensiero...
dentro
da poterlo toccare,
plasmare,
incidere
con le mani,
perché
prenda la forma
che la nostra anima,
la nostra fame,
necessità
di favola,
esige.
per potersi
appagare.
sedare.
e credere.
istanti rari.
istanti brevi.
quelli
in cui
infine
si spezzano
gli specchi
ove è riflessa
la realtà
di ogni giorno.
muta.
silente.
inerte.
come uno specchio.
questo,
quando senza alcuna trama
i fili
si aggrovigliano
attorno
al nostro pudore,
timore...
o alla inconsapevole
vanità
che entrambe
sa vestire
di sé.
facilmente.
ed i fili
divengono
corde
che legano
costringendoci
a nulla di più
che ad un banale
"riflesso".
ho raccattato,
ho imparato
a farlo,
schegge
del mio specchio
per incidere
in me,
senza ferire,
quella crepa
da cui mai vorrei
smettessero
di stillare
gocce.
perché
io stesso
possa nutrirmi.
perché
altri
possano riconoscerle...
e riconosciute,
attingere
ad esse.
farle proprie...
così
come io
non smetto
di cercare
crepe
come sorgiva...
né di scheggiare,
infinito,
il mio specchio...
capriccioso
specchio
che sa celarsi
illudendomi
d'essere
svanito,
per poi mostrarsi
sorprendendomi.
e mi riconosco,
lì riflesso,
e mi faccio
burla di me...
e rido
di me.
e per un istante
ho anche orrore
di me.
e chiudo gli occhi
e stringo forte,
nelle mie mani,
una spada...
e lo frantumo
quello specchio...
e tra quei cocci
sparsi
su una scena nuda,
io,
nudo,
con solo una spada
in mano,
ho voglia di ritrovarla
la voglia
di sussurrare
piano,
a me stesso,
ancora,
"cuntami 'na storia"...
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